December 17, 2017

lingua-piemonteseLa lingua naturale del Piemonte
Il piemontese («Piemontèis» e anche «Piemontés», ISO 639-3 pms) è la lingua naturale del popolo piemontese, che vive nella parte orientale del Paese di Piemonte-Savoia, nazione indipendente fino al 1860. È una lingua gallo-romanza che convive strettamente con lingue sorelle: il francoprovenzale/arpitano (lingua che conserva parecchi caratteri arcaici dello stesso piemontese), l’occitano/provenzale (lingua d’òc) e il francese (lingua d’oïl). In Piemonte è parlato anche il tedesco walser. Alcuni linguisti definiscono il piemontese una “lingua ponte” tra il sistema gallo-romanzo e le lingue dell’Italia cisalpina, così come il catalano è “lingua ponte” tra il gallo-romanzo e l’ibero-romanzo. Le differenze tra il piemontese e l’italiano sono tuttavia più marcate rispetto a quelle che separano il catalano dal castigliano (Sobiela-Caanitz 1986).

Dove si parla
Il piemontese si parla su tutto il territorio delle regioni Piemonte e Valle d’Aosta (comprese le aree di altra lingua minoritaria) e si estende, al di là dei confini amministrativi, in provincia di Pavia e in Liguria, sconfinando anche in territorio francese, in zone tuttavia storicamente piemontesi. Una forte emigrazione conseguente all’unificazione dell’Italia ha esportato il piemontese soprattutto in Argentina (parlato anche da molti nativi ed oggi anche oggetto di corsi universitari), in Brasile, negli Stati Uniti e in altri Paesi. Si parla inoltre presso le comunità piemontesi emigrate in Francia, anche se la vicinanza con la lingua francese ne favorisce l’assimilazione. Come lingua dell’esercito si è parlato anche in Savoia e a Nizza. Non è vero, come afferma Wikipedia, che non sia parlato nei Comuni Walser della Valsesia e dell’Ossola, dove invece la popolazione autoctona germanofona è anche in grado di esprimersi nel piemontese locale.

La lingua non ufficiale più parlata in Europa
Il Piemontese è stato de facto lingua di Stato per sei secoli (Gilardino 2010).
È attualmente (dati del 2005) patrimonio del 77% degli abitanti della regione amministrativa “Piemonte”, soggetta alla giurisdizione della Repubblica italiana: 2 milioni di persone ne hanno una competenza attiva e la utilizzano abitualmente; 1.140.000 ne ha una competenza passiva. È dunque la prima lingua d’Europa che ancora non gode di ufficialità o semi-ufficialità in regime di bilinguismo.
La rivendicazione dell’ufficialità va vieppiù maturando e, di fronte a oltre quarant’anni di rifiuti da parte dello Stato centrale, sta progressivamente abbracciando l’ipotesi indipendentista.

Una lingua nazionale

Il Piemonte, la sua monarchia e il suo popolo sono stati lungo i secoli un soggetto politico, sociale e militare indipendente, con una propria diplomazia, un proprio sviluppo, una propria lingua, una propria cultura (Gilardino 2000) e un’identità ben specifica. Conseguentemente i Piemontesi hanno sviluppato una tradizione culturale e letteraria assai radicata (e che lo Stato italiano cerca in ogni modo di svilire e di far scomparire). Ciò ha fatto sì che i Piemontesi sviluppassero naturalmente una koiné della propria lingua nazionale (utilizzata come “tetto linguistico” – Dachsprache – rispetto alle varietà locali) che ha sempre goduto di grande prestigio. Per questo il piemontese, lingua popolare e nobiliare al contempo, è lingua di lavoro, di Stato, di preghiera, di guerra e di pace (Gilardino 2000).

La situazione giuridica
Il piemontese non gode di alcun riconoscimento normativo né di alcuna protezione. La politica nazionalistica e assimilatrice dello Stato italiano (che controlla totalmente l’università, l’editoria, la scuola e l’informazione) mira alla negazione della sua stessa esistenza e lo definisce arbitrariamente e spregiativamente “dialetto”. Per questa ragione lo ha escluso da ogni forma di tutela e ne ha addirittura proibito la legislazione per il suo sviluppo a livello locale.
La personalità evidente della lingua piemontese è stata invece riconosciuta dal Consiglio d’Europa, dall’UNESCO, dalla Regione Piemonte (dal 1990 al 2010, prima di un’imposizione di Roma) e da oltre duecento Comuni piemontesi; un documento del Consiglio Regionale del Piemonte del 1999 le ha riconosciuto lo status di “Lingua regionale del Piemonte”. Si tratta pertanto di una lingua europea («lingua regionale o minoritaria» come definito dall’omonima Carta Europea) il cui riconoscimento risale al 1981 (Rapporto 4745 del Consiglio d’Europa); l’UNESCO la censisce nel Red book on endangered languages come lingua meritevole di tutela e potenzialmente in via di estinzione.
Sotto l’aspetto scientifico è riconosciuto come lingua autonoma dai più grandi specialisti nel campo della Romanistica – ma… soltanto presso università non italiane!
Il piemontese «è la lingua di un popolo coraggioso, intraprendente, creatore di dignità del lavoro. […] Ignorare queste verità sulla natura dei popoli, sulle lingue ancestrali e sulla specifica storia della lingua e della gente piemontese è ignorare quel minimo che occorre per legiferare e governare. È gettare le basi per l’incomprensione e la coercizione che invariabilmente portano al divorzio tra le competenze e le intenzioni di chi legifera e governa e di chi sempre più a malincuore accetta di essere legiferato e governato» (Gilardino 2010).
Malgrado sia emersa chiaramente la grande importanza storica e sociale della lingua piemontese essa è oggi di fatto proibita nella scuola e in ogni sua espressione pubblica; i mezzi di informazione perseguono una campagna di sottovalutazione con l’obiettivo di limitarne gli ambiti d’uso. Un Movimento sempre più consistente è impegnato per l’ottenimento di un bilinguismo integrale sull’esempio della Catalogna e del Sud Tirolo; un obiettivo che, stante la situazione attuale, risulta raggiungibile soltanto attraverso la piena indipendenza politica.

Studî, grammatiche e dizionari

La prima grammatica viene elaborata nel Secolo XVIII quasi in contemporanea da Vidon Gasch ëd Bourget e Villarodin (1773) e da Morissi Pipin e pubblicata dallo stesso Pipin nella Reale Stamperia di Torino (1783), indice di un percorso verso l’utilizzo ufficiale, che verrà stroncato dall’invasione francese del 1796. Una grammatica più completa uscirà nel 1933 (Artur Aly Belfàdel), mentre la grammatica normativa più importante, e che codifica la grafia tradizionale oggi adottata, è la “Gramàtica piemontèisa” di Camillo Brero (1967), un vero best-seller in Piemonte, comparso in più edizioni e tradotto anche in italiano. Numerosi, a partire da allora, le grammatiche, i dizionari e gli studi scientifici – redatti anche in piemontese – aventi per oggetto il piemontese illustre come le sue varietà locali.
Il web ha portato la conoscenza della lingua piemontese a gente che non aveva avuto l’occasione di praticarla e oggi vi si trovano facilmente grammatiche e dizionari che contribuiscono a un’alfabetizzazione della popolazione altrimenti impossibile nel contesto formativo statale. L’ostracismo della scuola produce inevitabilmente una conoscenza superficiale da parte di coloro che non ne approfondiscono lo studio; di conseguenza in rete è facile trovare anche testi non scritti correttamente o riportanti notizie non veritiere in merito alla situazione sociolinguistica del piemontese (sovente redatti in maniera fraudolenta). Si consiglia pertanto di prestare sempre molta attenzione a quanto si può reperire in rete e a rifarsi comunque ai testi di riferimento (la citata Gramàtica del Brero in primis).

La grafia del piemontese
Il piemontese si scrive rifacendosi alla tradizione settecentesca, a sua volta rispettosa dei più significativi codici medievali. La definitiva standardizzazione, proposta e guidata dallo studioso e letterato Pinin Pacòt, è avvenuta nel corso del XX secolo dopo ampi dibattiti tra gli specialisti: nel 1930 è stata stabilita la norma e nel 1967 sono state apportate alcune precisazioni, soprattutto per rendere con maggior precisione gli omofoni. La presenza di una grafia comune storica, con la quale è possibile scrivere il piemontese illustre come ogni varietà locale, ha costituito un grande vantaggio alla stabilità della lingua e alla sua diffusione.

I caratteri principali del piemontese
I caratteri tipologici del piemontese sono marcatamente diversi dall’italiano e gli abitanti di altre regioni, eccetto in parte quelle contigue, non sono in grado di capirlo né in forma orale né in forma scritta. Sono lampanti le affinità con il francese, l’occitano/provenzale e il catalano.
Il piemontese è assai diverso dall’italiano sotto l’aspetto fonologico, morfologico e sintattico, e pure la sua tradizione lessicale è per la maggior parte straniera alla lingua di Dante.
Lo stesso Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia, nei primi anni del XIV Secolo nega l’italianità della lingua parlata a Torino e ad Alessandria.
Il grande linguista Heinrich Lausberg (1912 – 1992) in Romanische Sprachwissenschaft (1956-66) colloca il piemontese nella Romània occidentale, contrapposta alle lingue della Romània orientale della quale fa parte l’Italia centrale e meridionale, Corsica, Romania e Moldavia.